L’importanza di una fotografia

Oggi pensavo ad una cosa.
Era un po’ che non pensavo qualcosa che avessi voglia di scrivere sul blog ma questa cosa che ho pensato ho pensato che potesse dare da pensare anche voi. (Quanti “pensato”, vè?)
Ci avete mai pensato all’importanza delle fotografie?
Pensavo al fatto che ci sono alcune fotografie che non solo sono istantanee di momenti, bensì di ricordi.
Sì, sto dicendo un’ovvietà direte voi ma vorrei comunque soffermarmi su questa cosa perché molto spesso non si fotografa più per catturare un momento, bensì per arricchire il nostro social di “aesthetic” e fotografie che fanno scena o fanno like (lo faccio pure io, Instagram c’ha deviato un po’ tutti con questa faccenda). Eppure oggi riguardavo una fotografia scattatami ieri e ho pensato che quella era l’unica testimonianza di una serata. C’è chi di noi conserva biglietti, tessere, oggetti materiali per ricordare un luogo, una persona, una vacanza… io stessa sono solita tenermi qualcosa per ricordare un bel momento ma ieri ho capito che alle volte alle fotografie non si dà la giusta importanza, non più almeno.
Oggi ho guardato quella fotografia e ho deciso di legarci un ricordo importante: un ricordo fatto di risate, di sangria, di sorrisi e di innamoramenti. Fatto di parole, di speranze, di occhi che ti guardano come se ci fossi solo tu, di mani che si stringono e di quella voglia di vivere ed urlarlo al mondo che non provavo da un bel po’.

Ecco.
Oggi ho guardato quella fotografia e c’ho visto tutto l’amore che provo.

2017-06-11 20.54.30.jpg

Th1rteen R3asons Why

Tredici_serie_TV

Non so da dove cominciare. Davvero.
Ho finito la serie in tre giorni e mi sono presa qualche giorno per elaborare un pensiero che non fosse confusionario ma non ci sono riuscita.
Di solito i miei sono post tutti spoiler free ma credo che stavolta dovrò fare un’eccezione alla mia regola altrimenti non sono in grado di esprimere appieno i miei sentimenti (tranquilli, prima di far spoiler – e lo farò solo in fondo al post – vi avviserò per bene così chi sta leggendo perché vuole iniziarlo può stare tranquillo e non incappare in spoiler non segnalati).
Ho tantissime teorie e pensieri per la testa e prima di analizzare le singolarità di questa serie volevo fare un commento generico su di essa. Premesso che per scrivere questo post ho visto anche il “documentario” dietro le quinte di questo telefilm (lo trovate sempre su Netflix – vi consiglio la visione anche di questo, è bello vedere il lavoro di chi ha ideato il telefilm e di quanto ci abbiano messo per dare un intrattenimento con un messaggio del genere ai giovani), inizio con il dire che questa serie ha una regola – ebbene sì, come nelle cassette di Hannah – ovvero va vista con gli occhi giusti. Chi ha la mia età ormai ha già passato gli anni del liceo da un pezzo, ha subito o meno cattiverie/bullismo durante gli anni e ne è uscito vivo da quell’inferno. Che cambia, direte voi? Cambia che le nostre priorità, il nostro modo di vedere i problemi (ormai siamo pieni di responsabilità fino al collo) non è lo stesso di quello che avevamo qualche anno fa. Al solo pensiero, certi “problemi” (come le dicerie sul nostro conto o sugli altri) adesso ci sembrano delle stronzate epocali, cose da niente. Eppure prima non era così, ed è proprio con gli occhi di quando eravamo adolescenti che dobbiamo guardare 13. Di quando c’era il compagno di classe che ti prendeva in giro per l’apparecchio, il seno inesistente e l’altezza ed il peso di un bambino di dieci anni… come se fosse solo uno scherzo e non facesse male. Come quando tornavi a casa  da scuola e ti chiedevi perché le tue amiche erano già fidanzate e tu non venivi guardata nemmeno. Te lo ricordi, quanto faceva male? Io me lo ricordo bene, il periodo del liceo. Me lo ricordo perché è stato una merda a livello psicologico. Ed ecco perché, immergendomi nelle cassette di Hannah, è stato fin troppo facile immedesimarsi (non solo in lei, anche in altri personaggi) e tornare a quando non pensavo al lavoro, alle bollette ma all’adolescenza. Al male che fanno delle stupide parole dette tanto per dirle. E noi ne siamo usciti vivi, Hannah no.
Uno dei motivi per cui vi sto consigliando di vedere questo telefilm è per rendervi davvero conto di quanto le parole influenzino gli altri. E non sai mai se la persona a cui stai rivolgendo quelle parole sia abbastanza forte da saperle sopportare o meno. È un’ovvietà questa, a 26 anni, ma spesso le ovvietà vanno ripetute perché vengono facilmente accantonate e dimenticate. Come i monologhi di Hannah nelle cassette: ho letto persone definire i suoi monologhi come “ovvietà e parole scontate” senza pensare che magari, per il pubblico giovane a cui sono rivolte, forse queste cose non sono poi così ovvie. O forse hanno solo bisogno di essere contestualizzate. Spesso ci dimentichiamo quanto la nostra mente recepiva azioni e conseguenze durante la fase dell’adolescenza: senza responsabilità da adulti tutto ciò che accade viene amplificato: il dolore per una stupidaggine pensi che duri per sempre, sembra non finire mai. Oggi tendiamo a pensare “ok, è successa questa cosa… passerà, ho mille altre cose a cui pensare” mentre prima a cos’altro avevamo da pensare? Ai compiti, al massimo. In adolescenza non hai consapevolezza delle tue emozioni, di cosa sta succedendo. Ed è proprio lì che bisognerebbe soffermarsi: ho letto adulti scrivere riflessioni assurde su questo telefilm, come se si fossero dimenticati di essere stati giovani, di essere stati inconsapevoli, stupidi. Non è così facile come la facciamo oggi scappare dalle cose che ci fanno star male, farci scivolare le cattiverie perché tanto sappiamo non valere nulla… ricordarsi che le parole degli altri non sono la verità. Noi la facciamo facile, adesso. Adesso che siamo consapevoli di cosa è importante e cosa non lo è.
Ed è lì nella inconsapevolezza adolescenziale di chi guarda che 13 fa il suo lavoro: fa arrivare i messaggi forti e chiari.
Ma qual è stato (almeno per me) il messaggio che è arrivato?
Io non ho empatizzato per nulla con Hannah, proprio zero. Nonostante tutto non sono mai stata così debole, così “senza spina dorsale” (grazie Lucy per le parole giuste, nda); bensì ho empatizzato moltissimo con Clay. Mi sono ritrovata in tutto e per tutto con lui. Il suo senso di giustizia, il suo non arrendersi. “No, lei è morta ma noi possiamo ancora fare qualcosa: fare in modo che non succeda più“. Credo sia la chiave di lettura più esatta: empatizzare con Hannah significherebbe dare una giustifica valida al suo gesto. Ed il suicidio non è mai un’opzione valida. È giusto che venga percepita come una debole, una che non si è manco sforzata di farsi scivolare le cose addosso. Ma gli dà importanza quel tanto che basta da capire che al mondo ci sono persone che, a differenza della maggioranza che supera le cattiverie, non sono in grado di farlo. Non ce la fanno. E ci dà la possibilità di imparare ad educarci ad un nuovo modo di vedere le persone e capirle un po’ di più. Ripeto, per noi è già meno applicabile come discorso ma pensate a tutti quei ragazzini che non si rendono conto del peso di quello che fanno, che dicono, come agiscono. Per me è importante educarli e credo che questo telefilm sia un modo per farlo. Non dico che salverà delle vite perché noi siamo lontani anni luce dalle realtà statunitensi di scuola e bullismo ma se ci sono dei mezzi per insegnare certe cose perché non provare ad usarli?
La cosa che mi ha più colpito in realtà è stato finalmente fare uno show su argomenti del genere. Farne il punto focale della serie, non una piccola parte. Finalmente si parla agli adolescenti di cose brutte. Di cose brutte ma che esistono, che possono toccarli, che potrebbe capitare a chiunque.

♦ ♦ ♦ SPOILER ♦ ♦ ♦
La cosa che colpisce di più è come i produttori non si siano risparmiati dal mostrarci scene che mai vorremmo vedere, come il suicidio di Hannah e lo stupro di lei e di Jessica.  Sono cose orribili che portano a delle conseguenze disastrose. Parlarne va bene ma vederle ha un impatto decisamente più traumatico sul nostro essere. Le recepisci davvero, secondo me. Le senti più vere, meno “leggende“, ecco. Non si sono risparmiati nemmeno nel mostrarci come, chi ti vuole bene, tende a colpevolizzarsi del suicidio tanto da arrivare loro stessi a quell’opzione come succede ad Alex. Il modo in cui affrontano il tema è soprattutto legato a come una decisione così drastica può avere impatto sul mondo che ti circonda. Cerca di educare le persone a capire che il loro gesto è sbagliato perché porterebbe a distruggere gli altri.  Ed ecco perché parlare di argomenti come questo è molto importante, perché la consapevolezza di certe azioni non è intrinseca nell’uomo, bensì è qualcosa che negli anni impari. In adolescenza questa consapevolezza non esiste, anzi.
♦ ♦ ♦ FINE SPOILER ♦ ♦ ♦

Forse il mio pensiero “entusiasta” è dettato molto dal fatto che sono una persona molto empatica e riflessiva e questa serie ha saputo toccare i punti giusti per farmi pensare a cose come questa. A scuola non ce ne hanno mai parlato, a casa nemmeno e figuriamoci in giro. Sono cose che, come il sesso – ora un po’ meno -, vengono nascoste. Sono taboo perché sono cose brutte, cose di cui vergognarsi. Ma non parlarne non aiuta a conoscere e capire il perché. E più non se ne parla e più chi soffre non riuscirà a parlarne perché se ne vergognerà e si sentirà inadeguato. E’ un circolo vizioso e credo che 13 sia il punto di partenza per sbloccare il tutto.

Ci sarebbero altre milioni di cose che vorrei dire ma mi fermo qui perché ho riaperto i rubinetti. Forse sono troppo emotiva io, forse troverete la mia riflessione stupida ma io avevo bisogno di parlarne e quale posto migliore se non il posto che ho creato apposta per sfogarmi?

a5128625b0ace9338f4aada10c3f6749092004ee
ps. Se volete parlarne sapete dove trovarmi. Se volete piangere insieme a me per la cassetta di Clay idem, ho un pacco di fazzoletti nuovo nuovo da utilizzare.

Ci vuole un po’ di coraggio

La verità è che c’è una linea sottile tra la felicità e la spensieratezza.
Ad oggi mi ritengo una persona felice. Non sempre, ma abbastanza. Al pensiero delle cose belle che ho, delle persone intorno a me, delle cose che faccio ogni giorno.
Ma la spensieratezza? La spensieratezza è quella cosa un po’ più rara da percepire. Nel momento in cui arriva riesci a sentirla, a toccarla, ad annusarla, ad assaporarla. E’ quella cosa che ti fa venire voglia di cantare a squarciagola in macchina mentre guidi; è quella cosa che ti fa venire voglia di abbracciare le persone a te vicine così forte per fargli capire quanto bene gli vuoi; è quella cosa che ti fa venire voglia di correre sotto la pioggia incurante di prenderti un malanno; è quella cosa che ti fa venire voglia di condividere tutto, anche quello che non sei abituato a condividere. Tipo il cibo. Io il mio cibo non lo condivido perché sono una schifosa ingorda e quando le mie sorelle provano a rubarmi qualcosa dal piatto parte in automatico la forchettata assassina. Però ecco, se sono spensierata sono disposta a dividere anche l’ultimo pezzo di cioccolata Kinder. E oh, quanto vorrei essere spensierata più spesso. Una delle cose belle è che quando sono con lui, per esempio, mi ci sento proprio spensierata. Potrei passare le ore a chiacchierare fermi in macchina in un parcheggio a parlare di qualsiasi stronzata ci passi per la testa e sarei felice così. Sarei spensierata così! Un’altra delle cose belle è che quando tengo in braccio mia nipote che mi sorride con l’innocenza di chi non conosce dolore, per esempio, mi sento spensierata anche lì. Alle volte la guardo ridere e piango, e penso che la vita è una cosa bellissima e che io stessa non sono in grado di rendermi conto di quanto sia importante.
Ultimamente mi sono sentita rabbiosa con il mondo, con le persone, con il tempo, con le circostanze. Sentivo i nervi a fior di pelle e l’astio scorrermi per le vene. Sentivo i pugni che si serravano nella speranza di fermare una parola di troppo o una questione inutile da affrontare. Avrei voluto staccare la spina per staccare la rabbia, per staccare i pensieri furiosi… li sentivo ribollire nella testa.
Ieri una persona che mi vuole bene mi ha chiesto se stavo bene e proprio in quel momento ho capito davvero che no, effettivamente non stavo bene. E non stando bene io, danneggio chi mi sta intorno. A ventisei anni suonati ho capito che la mia rabbia negli anni (soprattutto quelli dell’adolescenza, oh quanta inutile rabbia, quanta cattiveria senza motivo) ha danneggiato le persone a cui volevo bene: mi ha resa intrattabile, antipatica, fastidiosa. E realizzarlo mi ha fatto più male di quanto pensassi. Mi ha colpito in faccia come se avessi ricevuto un portone dritto sul muso e m’avesse spaccato il setto nasale. Come ho potuto permettere a me stessa di essere così menefreghista verso chi mi voleva bene? Come hanno fatto a volermi bene nonostante questi comportamenti? Riscattarsi non è mai facile e ancora oggi faccio degli scivoloni ma ci provo. Ci sto provando ad accantonarla quella rabbia. E’ per questo che ho deciso di imparare a vedere positivo, di pensare a cose belle, di circondarmi di persone che non mi ci fanno minimamente pensare alla rabbia e alle cose brutte, alle cose cattive… tossiche. Imparare ad analizzare tutto, di cercare di dare un senso anche alle cose che prima m’avrebbero fatto arrabbiare, che non mi sforzavo di capire. Imparare a perdonare il torto anche quando fa male, anche quando mi sento ferita. Imparare ad essere una Silvia che gli altri hanno voglia di avere vicino.
Ho imparato a credere nelle seconde possibilità, che forse se ci si impegna non dico che si cambia, ma un po’ si migliora. E per le persone a cui vuoi bene, ad un certo punto della vita lo senti che hai proprio tanta voglia di migliorarti. 

Ci vuole un po’ di coraggio ad ammetterlo ad alta voce, ma ce l’ho fatta.